Il gusto per i Diari di Viaggio, piccoli quaderni tascabili nei quali raccogliere pensieri, riflessioni, schizzi, disegni, semplici appunti scaturiti nel corso della scoperta di terre, uomini, culture nuove e – per chi ne vuole fissare i tratti – sorprendenti o sconosciute, ha radici assai più radicate nella cultura anglosassone o francese che in quella italiana. Il mondo di oggi ha poi fatto ogni sforzo per cancellare il viaggiatore e trasformarlo in turista. Il viaggiatore lasciava scriveva e rappresentava ciò che incontrava sul suo cammino, il turista legge al più qualche guida, vuole fogli già scritti da altri, non pagine bianche da riempire di attenzione, osservazione, intelligenza.
Giancarlo Iliprandi è un grande viaggiatore. E siccome è anche un grande designer (“della vecchia generazione”, si definisce, correda i testi dei propri diari di viaggio con disegni e acquerelli di straordinaria intensità e bellezza.
Sahara è la raccolta di tre Carnet de voyage scritti nel corso di differenti viaggi. Il primo è la cronaca, ricca di considerazioni personali, di una spedizione nel cosiddetto Circo di Ourì, luogo oramai irraggiungibile. Il secondo prende pretesto da un ritorno nell’Acacous per riallacciare contatti epistolari con i compagni di altre avventure. Il terzo, infine, ricorda una grande traversata dal Pozzo di Ounnur alla Guelta di Archei, dando voce agli incontri con gli abitatori del deserto.
Sahara è il primo dei numerosi Diari di Viaggio di Giancarlo Iliprandi a essere distribuito al di fuori di una ristretta ricerca di amici.
Una pagina dal Diario:
31 dicembre ’97 – mercoledì – Magan-Kozen
Il deserto potrebbe definirsi il luogo dei segni. Per le tante tracce che vi documentano il passaggio del tempo, entità apparentemente inanimata, piuttosto che di realtà appartenenti ai cosiddetti “regni”. Minerale, vegetale, animale. Non staremo ad enfatizzare come il Sahara abbia da sempre esercitato un forte richiamo su studiosi ed esploratori del calibro di (che espressione militarmente volgare) Ardito Desio, Paul Huard, Theodore Monod. Preferiamo restare in ambito più accessibile ricordando quanto un viaggio nel deserto aiuti a sviluppare il comune senso di osservazione. Con tutte le conseguenti curiosità, accompagnate dal necessario desiderio di approfondimento delle discipline coinvolte. Così qualche nostro viaggiatore ha cominciato a consultare la “cosiddetta letteratura” sull’argomento. Mentre altri si accontentano, più semplicemente, di sapere distinguere le orme di un fennech da quelle dello sciacallo. La zampata del gerbillo da quella della mula-mula. La fatta della gazzella da quella della capra.
Molti altri sono i segni rilevanti. Si può stabilire se le tracce parallele appartengono ad un veicolo libico o tchadiano. Ipotizzare il passaggio di Sergio Scarpa, con uno scarto temporale di tre giorni al massimo, entrato clandestinamente dal Fezzan con Toyota libiche e clienti italiani. Tracce di pneumatici a disegno longitudinale. Bottiglie abbandonate, vuote, di vetro verde. Orme di espadrillas de Fonseca e suole Vibram. Altre orme intriganti, quelle di due mufloni nella caverna di Korossom e due corna, dello stesso animale, sotto una roccia a fungo. Ungulato non ancora del tutto scomparso, pure se testardamente braccato. Non come purtroppo struzzi, ozyx, addax.
Tchad e Niger sono meta costante di cacciatori, non solo francesi, sbarcati da charter di lusso provenienti dagli Emirati Arabi. Se alle loro doppiette aggiungi i fucili mitragliatori dei superstiti dell’armata libica o quelli, più affamati, dei ribelli Tubu puoi capire come, in meno di dieci anni, siano scomparse più di diecimila gazzelle. E forse altrettante antilopi dal culo bianco. Delle quali non si notano più le orme. Ma tant’è, il deserto prende, il deserto rende. Resistono ovunque certi squallidi relitti di guerra. Le carcasse di pneumatico, lucidate dal vento quasi fossero d’acciaio brunito, si alzano come balises. Tra i resti pietrosi di un villaggio precipitosamente abbandonato due o tremila anni fa, qualcuno ha trovato una punta di lancia. Attribuita all’età del ferro. Esattamente simile a quelle forgiate oggi ancora per i pastori Borro. Come il bossolo di sette e sessantacinque, pure questo è un segno dell’uomo.
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